• Theo Peeters
  • Hilde De Clercq
  • Hilde De Clercq è linguista e autrice di libri e di articoli sull’autismo. È madre di una persona con autismo e tiene conferenze e corsi di formazione in Europa e altrove su diversi argomenti come la comunicazione, il modo di pensare delle persone con autismo, la sindrome di Asperger, la collaborazione fra genitori e professionisti, ecc. È succeduta a Theo Peeters nella direzione dell’Opleidingscentrum Autisme (Centro di Formazione per l’Autismo) di Anversa (Belgio).

    È redattrice estera della rivista Good Autism Practice, diretta da Glenys Jones e Hugh Morgan in collaborazione con l’Università di Birmingham (UK). I suoi meriti in materia di comprensione dell’autismo le sono valsi l’affiliazione al programma di Stato TEACCH (Treatment and Education of Autistic and related Communication handicapped CHildren), che fa parte dell’Università della Carolina del Nord, a Chapel Hill (USA).

    Autismo

    Dalla conoscenza teorica alla pratica educativa

    Anche le sindromi hanno una storia.

    L’autismo nasce nel 1943, grazie alla pubblicazione di un articolo di Leo Kanner, neuropsichiatra americano, che descrive undici bambini tra i 2 e i 10 anni che presentano sintomi affini fra loro. Questo articolo rappresenta il primo tentativo di spiegare l’autismo.

    Nel 1944, in modo del tutto indipendente, Hans Asperger, medico austriaco, pubblica un saggio in cui descrive un gruppo di persone che presentano un disturbo che definisce “una psicopatia autistica”.

    Tra gli undici bambini descritti da Kanner, cinque erano figli di psicologi o psichiatri, e i genitori dei restanti sei erano docenti universitari. Basandosi essenzialmente su questi dati, una delle prime ipotesi fatte negli anni Cinquanta mise in relazione il livello culturale e sociale della famiglia con la comparsa dell’autismo. Lo stesso Kanner, che inizialmente aveva ipotizzato che il disturbo fosse innato, in seguito a osservazioni effettuate sulle famiglie dei suoi pazienti, giunse nel 1955 alla conclusione che genitori troppo impegnati in attività intellettuali, perfezionisti e con poco senso dell’umorismo, potevano essere all’origine dell’autismo sviluppato dai loro figli.

    Kanner non aveva tenuto conto del fatto che i suoi pazienti fossero naturalmente selezionati in base alla capacità di informarsi dell’esistenza di uno specialista in psichiatria infantile, importante come lui, a cui rivolgersi.

    Bruno Bettelheim impostò il proprio lavoro basandosi principalmente su questa interpretazione. Per Bettelheim i deficit delle persone con autismo non erano organici, ma venivano innescati come reazione alla mancanza di amore e di attenzione che i genitori portavano al figlio. Questi bambini si ritiravano allora in una forma di isolamento che li proteggeva dalle influenze esterne.

    Bettelheim coniò l’espressione “madri frigorifero” per indicare la freddezza e il distacco con cui le mamme dei bambini autistici si occupavano dei loro figli.

    Nel frattempo, il lavoro di Hans Asperger restò abbastanza sconosciuto ai più. Per molti professionisti la conoscenza di Asperger avvenne nel 1996 grazie alla pubblicazione della quarta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV).

    Probabilmente, le ragioni per cui il lavoro di Asperger passò sotto silenzio per così lungo tempo sono riconducibili in primo luogo al periodo in cui uscì il suo saggio; il 1944 cadeva nel momento del crollo del Terzo Reich nazista. Inoltre, per quanto riguarda l’Europa e l’Italia, un ostacolo fu rappresentato dal fatto che Asperger non abbracciava e non sosteneva la cultura psicoanalitica, prevalente all’epoca.

    La visione secondo cui le cause dell’autismo sono le madri frigorifero, per l’approccio psicodinamico, o le madri coccodrillo, per l’approccio psicoanalitico, fece molti danni alle famiglie coinvolte, prima di venire confutata e soppiantata dall’evidenza e da nuove considerazioni. È ormai ampiamente riconosciuto che, da un lato, i disturbi dello spettro autistico hanno un fondamento biologico; e, dall’altro, che il trattamento migliore sia quello di tipo educativo-comportamentale.

    Oggi, però, trovo che ripubblicare questo libro in questo particolare momento della storia dell’autismo sia un atto di grande importanza.

    Il 26 gennaio 2012 l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha presentato le nuove Linee Guida sul trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e adolescenti, ovvero le raccomandazioni operative essenziali. L’uscita delle Linee Guida ha scatenato molteplici polemiche in più ambienti. In Italia sono state poste critiche da parte di alcune correnti che non ritengono corretto raccomandare come trattamento per l’autismo l’approccio cognitivo-comportamentale. Secondo la psicoanalisi, infatti, l’autismo sarebbe una psicosi, o comunque un disturbo mentale e non neurologico, e andrebbe trattato di conseguenza, con procedure di cui per altro nessuno ha mai provato l’efficacia.

    Il libro di Theo Peeters riporta l’attenzione sull’importanza di un approccio psicoeducativo che propone un’educazione volta a insegnare alle persone con autismo una serie di competenze, che le persone neurotipiche imparano naturalmente entrando in relazione con il proprio ambiente di vita. Il compito principale dell’intervento psicoeducativo nell’autismo è quello di promuovere sempre l’apprendimento di nuove abilità da parte del bambino, in modo da permettergli di muoversi in autonomia, per quanto gli è possibile, all’interno del proprio ambiente.

    Per giungere all’elaborazione di un progetto mirato di educazione, cioè di un progetto che sappia tener conto delle esigenze particolari del singolo soggetto autistico, è assolutamente necessario collaborare con la famiglia, perché solo i familiari potranno individuare le priorità su cui puntare nella strutturazione del percorso.

    Va quindi tenuto presente che le abilità devono essere sviluppate anche all’interno dell’ambiente di vita della persona con autismo. Ogni intervento nei confronti di un bambino con autismo è un intervento educativo: questo significa incremento di abilità nel bambino, educazione dei genitori a utilizzarle e a promuoverle, educazione della scuola a vivere con quel bambino, e a insegnare a quel bambino.

    È fondamentale perciò la collaborazione stretta tra professionisti e genitori. Peeters afferma che mentre da un lato i professionisti sono esperti di bambini in generale, di autismo e di trattamenti educativi speciali, dall’altro i genitori sono nello specifico i massimi esperti del proprio bambino: solo dalla collaborazione reciproca, quindi, può svilupparsi un programma educativo che può mirare a migliorare la qualità della vita della persona con autismo e della sua famiglia.

    La persona con autismo, a causa del deficit di comunicazione e della “cecità sociale” di cui soffre, ha bisogno di una strutturazione dell’ambiente per orientarsi e per poter comprendere un mondo che altrimenti è senza senso, “un caos senza né capo né coda”.

    Theo Peeters afferma: «Chiunque si recasse in un paese straniero, di cui non conosce la lingua, per tenere una conferenza, vorrebbe avere informazioni su dove la conferenza sarà organizzata, quando dovrà parlare e per quanto tempo, come dovrà esprimersi, e si aspetterà che il paese ospite abbia la cortesia di dargli queste notizie in modo comprensibile». La persona con autismo, allo stesso modo di uno straniero, ha bisogno di ricevere in modo comprensibile tutte queste informazioni: questo significa strutturare, organizzare, semplificare, visualizzare, rispondere in una lingua comprensibile a domande quali: dove, quando, per quanto tempo, che cosa devo fare, come.

    Rispondere a dove? significa organizzare tutti gli ambienti di vita del bambino in spazi chiari, dove è chiara la funzione dello spazio stesso, in modo che per il bambino ci sia una chiara informazione circa cosa si deve fare lì.

    Bisogna anche dire al bambino quando e per quanto tempo dovrà fare una certa cosa, e questo andrà fatto organizzando e costruendo agende visive che scandiscano i diversi momenti della giornata e quando necessario anche le diverse componenti di un’attività.

    Andranno costruiti schemi di lavoro posizionati sul tavolo di lavoro per comunicare al bambino che cosa deve fare.

    Come fare un certo compito? I compiti devono essere autoesplicativi, ossia il bambino deve comprendere come svolgerli guardandoli, senza bisogno di un’ulteriore spiegazione verbale, che in quanto verbale sarebbe di difficile comprensione per la persona con autismo.Theo Peeters, insieme a Hilde de Clercq, insiste sull’importanza di una comprensione dell’autismo dall’interno: infatti sostiene che spesso gli operatori, gli insegnanti e i genitori stessi si limitano a un trattamento dei comportamenti visibili manifestati dalla persona con autismo, senza cercare di leggere in profondità le cause di questi comportamenti.

    Theo Peeters propone la metafora dell’iceberg per meglio comprendere l’autismo; di un iceberg vediamo solo la parte emersa, quella che sta fuori dall’acqua, e per quanto grande sia, non è mai grande quanto quella che sta sotto il pelo dell’acqua, che costituisce quindi il corpo principale dell’iceberg. Per l’autismo è la stessa cosa. Ciò che vediamo attraverso i comportamenti e il funzionamento della persona non è che una piccola parte della persona intera; il nostro sforzo, quindi, deve andare nella direzione di una comprensione totale della persona con autismo, cercando di comprendere anche ciò che non è immediatamente visibile: cioè le cause nascoste di questi comportamenti.

    Se un bambino lancia gli oggetti quando si arrabbia, questo comportamento è la punta dell’iceberg, la parte emersa; quella nascosta, non visibile, è invece: sa che cosa dire quando è arrabbiato? Possiede le abilità per sapere come calmarsi? Un approccio che prevede la necessità di comprendere la parte nascosta del comportamento porta a un intervento completamente diverso rispetto al trattamento del comportamento visibile. L’importante in questo caso non è mandare in estinzione il comportamento problematico emerso, ma lavorare su competenze e abilità comunicative che permettono alla persona con autismo di acquisire strategie per comunicare il disagio; quindi il trattamento dell’autismo non consiste tanto nel modificare i comportamenti della persona, ma nel dotare la stessa di strategie comunicative per potersi esprimere, nel darle strumenti per capire il mondo che la circonda.

    Tutto questo conduce a una visione profondamente rispettosa di ciò che la persona con autismo è realmente, del suo modo di comprendere e di comunicare. Come dice Theo Peeters, l’autismo riguarda un diverso trattamento delle informazioni: chi ha l’autismo non è “malato”! Ecco perché, nella sua essenza, l’autismo è un problema educativo, non medico. Certo, lo può diventare: in una società che non si adatta alle peculiarità comunicative, sociali e relazionali delle persone con autismo, il rischio che queste si ammalino è alto.

    L’edizione italiana è arricchita da un capitolo scritto per l’occasione da Hilde de Clercq, riguardante le percezioni sensoriali. Questo è un tema estremamente rilevante: infatti da qualche anno il mondo scientifico si è reso conto dell’importante ruolo giocato dalla sensorialità nella comprensione dell’autismo.

    La triade sintomatologica dell’autismo (compromissione qualitativa delle interazioni sociali, compromissione qualitativa delle modalità comunicative, presenza di interessi e attività ristretti, ripetitivi e stereotipati) ci permette di leggere e comprendere molte delle peculiarità comportamentali presenti nell’autismo, ma le differenze di percezione sensoriale tipiche delle persone con autismo sono alla base di molti comportamenti altrimenti inspiegabili. Più che mai è importante tener presente la funzione che le percezioni sensoriali hanno nella vita delle persone con autismo.

    In conclusione dell’edizione italiana si trova infine un capitolo scritto da Antonella Valenti, docente di Pedagogia Speciale dell’Università di Calabria. Ripercorrendo la storia che vede l’Italia unico paese europeo a proporre un modello scolastico di inclusione, Antonella Valenti ribadisce l’importanza di “costruire” una scuola adatta all’autismo. Ovvero una scuola capace di includere realmente le persone con autismo e che quindi conosca e sappia tener conto delle loro peculiarità comunicative, sociali, relazionali e di apprendimento.

    Prefazione di Enza Crivelli
    uovonero edizioni

    L'autismo da dentro

    L’autismo da dentro

    Una guida pratica

    La così vasta produzione scientifica e letteraria relativa all’autismo rende verosimile l’affermazione un po’ scherzosa del mio amico Theo Peeters sul fatto che esistono più scritti sull’autismo che persone affette dalla sindrome sressa. La maggior parte di questa produzione si sofferma prevalentemente sulla descrizione clinica dei sintomi, sull’analisi della triade, sulle più disparate ipotesi eziopatogenetiche, ecc. Se pure la complessità del comportamento determinato da questa condizione è stata analizzata dalle più svariate prospettive, quello che ne risulta è spesso una visione di superficie, dovuta alla difficoltà della maggior parte degli autori di andare ontre la parte manifesta di una problematica così complessa, la punta dell’iceberg, per utlizzare una metafora molto in uso. Cosa c’è nella parte sommersa? In quella non visibile, alla base delle cause profonde che, se ignorate, non permettono una reale lettura dei bisogni delle persone coinvolte?

    Personalmente posso affermare che i libri di Hilde De Clerq mi hanno introdotto a una lettura diversa della condizione autistica e del modo di essere di queste persone. Nel 1999 Hilde pubblica, in Belgio, Mama, is dat een mens of een beest? Over autisme sul modo di pensare delle persone con autismo, un libro molto atteso, come dimostrano le traduzioni inglese, francese, spagnola, porthoghese, svedese, danese, greca, ungherese, ceca e russa. In Italia viene pubblicato con il titolo Il labirinto de dettagli.

    Il successo di questo primo libro è determinato anche dal linguaggio estremamente chiaro con cui l’autrice si rivolge a genitori e educatori, rifuggendo da qualsiasi forma di freddo tecnicismo, attraverso esempi di vita vissuta come madre di un ragazzo con autismo e come formatrice esperta in autismo di fama internazionale.

    È nel 2005 che Hilde De Clercq pubblica Autisme van binnenuit: Een praktische gids, poi tradotto in inglese, svedese e polacco (sono già previste le pubblicazioni in ungherese, rumeno, spagnolo): si tratta di un libro pieno di rispetto e di tenerezza per le persone con autismo, illustrato con esempi molto vivi. Hilde spiega come il differente stile di pensiero autistico vada a influenzare l’immaginazione, le communicazione e le relazioni, anche nella sfera sessuale e in tutti gli aspetti della vita quotidiana.

    Nella traduzione e addattamento che ho curato per questa versione italiana, penso che il titolo L’autismo da dentro vada meglio a sottolineare l’accento posto dall’autrice sulla necessità di evitare un approccio sintomatico che riguarda l’autismo dall’esterno (i comportamenti che compaiono e scompaiono…) per andare alla ricerca delle cause di questi comportamenti: le difficolà nella communicazione, la mancanza di intuizione sociale, il pensiero differente quindi il bisogno di comprendere la persona con autismo dal di entro, guardando il mondo con i suoi occhi. Questo è forse l’unico modo per entrare in contatto con lei, per comprendere le differenze qualitative alla base del diverso sviluppo del suo pensiero.

    Il pensiero autistico va intenso come stile cognitivo comune, ma ciascun individuo ha una propria personalità che lo rende unico come persona. Come sottolinea l’autrice, le persone con autismo pensano in « bianco e nero », si esprimono con un linguaggio letterale, sintetico e diretto e alla stessa maniera esprimono emozioni e sentimenti. Alcuni ritengono che esse non siano mai tristi, arrabbiate o deluse. Come interpretare, allora, il loro comportamento quando si dimenano, gridano e piangono senza alcuna causa apparente? Non è forse questo un modo per esprimere disagio e frustrazione? È possibile, infatti, che ciò che è assolutamente normale per noi possa scatenare in loro una crisi. È quindi molto importante che operatori e insegnanti lavorino con i genitori, spesso i migliori interpreti del modo molto personale di comunicare del proprio figlio.

    Nel suo ruolo di formatrice Hilde fa riferimento al programma TEACCH (Treatment and Education of Autistic and related Communication handicapped Children) della Carolina del Nord, che annovera, tra i suoi princìpi fondamentali, quello di adattare e rendere prevedibile l’ambiente a queste persone che altrimenti si sentirebbero come marziani venuti dallo spazio che cercano di sopravvivere sul pianeta terra senza avere un manuale che spieghi loro come fare.

    L’autismo da dentro è articolato in due parti: una descrive gli aspetti della triade (il gioco e l’immaginazione, il linguaggio e la comunicazione, le emozioni e i sentimenti), l’altra è concepita proprio come un manuale in cui l’autrice si sofferma sugli aspetti pratici della vita quotidiana come mangiare e dormire, la cura dell’igiene personale, la sessualità e le relazioni interpersonali, la prevenzione e la gestione dei problemi, l’autonomia e la predisposizione dell’ambiente. Numerosi sono gli esempi e i suggerimenti che permettono di penetrare nella complessità dell’autismo per intervenire in maniera efficace nella risoluzione dei problemi.

    L’autrice parla dell’autismo con molto realismo, eppure, nella versione originale, inserisce nel testo numerosi brani poetici, force perché anche la poesia ha un linguaggio proprio, che occorre saper interpretare. Attraverso la testimonianza di Hilde comprendiamo come tante persone con autismo desiderino avere un contatto con noi ma non dispongano delle abilità necessarie per riuscire a stabilirlo, e allora chi queste abilità le possiede deve costruire quei ponti attraverso i quali è possibile incontrarsi e condividere le esperienze della vita. Questa è una sfida che richiede energia, tempo, impregno e dedizione, spesso senza ricevere nulla in cambio, ma a questo sono già preparati quanti operano per diffondere la « cultura » dell’autismo.

    Sono perciò felice di presentare e consigliare la lettura di quest’ultima « perla » di Hilde che risulterà gradevole e di sicura utilità a genitori, insegnanti, educatori e a tutti coloro che vorranno accostarsi all’autismo nel rispetto della dignità di queste persone nate con un diverso modo di pensare, nella consapevolezza che conserveranno queste loro caratteristische peculiari per tutto l’arco della loro vita. Per queste ragioni, mi piace concludere con le parole di Angel Rivière:

    Anche se per me è difficile comunicare e non posso capire le sfumature dei rapporti sociali, ho dei pregi rispetto a voi, che siete considerati « normali ». Mi è difficile comunicare, ma non inganno. Non capisco le sfumature sociali, ma non ho doppi fini né sentimenti pericolosi. La mia vita può essere soddisfacente se semplice e ordinata, tranquilla, se non mi chiedi continuamente di fare solo coso troppo difficile. Essere autistico è modo di essere, anche se non è il modo normale, la mia vita può essere bella e felice quanto la tua. Le nostre vite si possono incontrare e condividere tante esperienze.

    Antonella Valenti

    Il labirinto dei dettagli

    Il labirinto dei dettagli

    Iperselettività cognitiva nell’autismo

    Essendo stato più volte in Italia, vorrei evidenziare più che mai l’importanza di cercare di comprendere l’autismo dall’interno e non dall’esterno e ancor più l’importanza di insegnare i significati più che i comportamenti. Questo non significa che non si debbano modificare i compertamenti, ma che occorre farlo rispettando la persona con autismo. Vuol dire, l’altro, che prima di intervenire su di essi è necessario effettuare una valutazione accurata del livello evolutivo del bambino nelle diverse aree dello sviluppo, perché insegnargli cose per le quali non è pronto equivale a compiere una violazione della sua personalità.

    Molti adulti con sindrome di Asperger che ho avuto modo di incontrare negli ultimi anni avevano provato un enorme « sollievo » nel ricevere la diagnosi di un disturbo autistico. Penso che questo sia difficile da capire per molte persone « normali ». E tuttavia, Oliver Sacks raconta che Temple Grandin ha dentto: « Se potessi schioccare le dita e diventare non autistica, non lo farei, perché non sarei più io. L’autismo è parte di chi sono ».

    Mentre un paio di anni fa Gunilla Gerland era in Belgio per alcune conferenze, un giornalista le chiese: « Le piacerebbe essere normale? ». Rispose lei: « Forse per una settimana o due, per vedere com’è, ma poi vorrei riavere il mio autismo ».

    Nel suo libro Pretending to be normal (Fingere di essere normale), L.H. Wiley racconta come, dopo la diagnosi di autismo, fosse stato un sollievo non essere più obbligata a « fingere di essere normale ».

    Altre persone con sindrome di Asperger, qui in Belgio, mi hanno detto: « La diagnosi di autismo non è umiliante: quello che è veramente umiliante è essere diversi senza che gli altri ti permettano di essere diverso » oppure: « La diagnosi è un prerequisito. Solo dopo può avere inizio l’integrazione personale ».

    Quando mi viene chiesto di raccomandare un libro che sia facile da leggere per chiunque e che spieghi il pensiero utistico (o « l’autismo dal di dentro »), dico sempre: « Leggete il libro di Hilde ». Presenta alcuni aspetti molto importanti del diverso sviluppo concettuale e le relative conseguenze sulla triade communicazione, comprensione sociale e immaginazione. Spiega la triade partendo da esempi, per cui capire la teoria diventa automatico, e non al contrario, come fanno alcune persone « molto intellettuali », che espongono teorie dopo teorie, teorie su teorie, accompagnate solo da un esempio o due, e neanche tanto significativi.

    Comprendendo la spiegazione che Hilde fornisce riguardo agli effetti che il « pensare in dettagli » ha sullo sviluppo, si comprende quasi automaticamente il « pensiero ristretto » caratteristico dell’autismo e le ragioni per cui le persone con questo disturbo non sempre generalizzano spontaneamente, nonché come, di conseguenza, è opportuno impostare i programmi per insegnare la generalizzazione. Occorrerà insegnare la cosa in questione in un ambiente, e poi insegnarla di nuovo in altri ambienti, dove i dettagli sono diversi.

    Hilde spiega anche come il « pensiero in dettagli » emerge nei concetti di categoria riguardanti le parole « facili », parole che indicano le cose che vediamo, tocchiamo, ecc. (si vedano gli esempi che propone riguardo al bicchiere, alla bicicletta, ecc.). Ma spiega anche che le difficoltà con il pensiero concettuale crescono quando si tratta di concetti astratti o di relazione, così come di termini che indicano dimensioni sociali o emozionali (nel libro si vedano gli esempi relativi alla difficoltà di comprendere « maltrattamento », « matrimonio », ecc.). Altri autori utilizzano definizioni come cecità contestuale, dislessia sociale, mancanza di coerenza centrale, ecc. ma di fatto la situazione può essere descritta in termini molto semplici e positivi: le persone con autismo pensanto in dettagli e per loro è molto impegnativo combinare insieme tutti dettagli rilevanti così da giungere a comprendere il significato, significato che a noi è accessibile in mode quasi automatico.

    Questo è il tipo di libro che dovrebbe essere scritto più spesso. A volte impariamo qualcosa di nuovo attraverso l’esperienza personale, qualcosa che fino a quel momento non era stata oggetto du studio. In questo caso si tratta di come funziona il « pensiero in dettagli » in un bambino autistico.

    Quando, alcuni anni fa, sentii Hilde a una conferenza che parlava di come suo figlio « pensava in dettagli », o della sua « coerenza locale », quasi un sinonimo di « scarsa coerenza centrale », colsi subito il fatto che quello era un nuovo e importante passo in avanti. Ricordo che dissi all’uditorio: « Questo è un punto interessante, ma occorre prima avere una conoscenza approfondita dell’autismo ».

    « Conoscenza approfondita? » replicò Hilde. « Ma è proprio attraverso il “pensiero in dettagli” che sono sempre riuscita a capire l’autismo di mio figlio. »

    Nei suoi appunti lessi del fatto che suo figlio Thomas saluta con la mano, quando il nonno va via, solo se viaggia sull’auto verde. Se va via su una macchina di un altro colore, non lo saluta. Allo stesso modo, saluta solo se l’auto svolta a sinistra; se gira a destra, non saluta. Chiesi a Hilde di proseguire il suo studio questo tema e se ne discusse ufficialmente per la prima vola a Skive, in Danimarca, nel corso di un convegno internazionale a cui erano presenti un migliaio di partecipanti. Ricordo ancora aluna delle reazioni.

    Marie Bristol, mia ex collega e poi direttore dell’American Autism Research (CPEA) a Washington, affermò: « Non ho maisentito nessuno spiegare il mondo e la vita dal punto di vista di una persona con autismo con la chiarezza con cui Hilde De Clercq ha esposto la sua relazione ». Yannick Beyer, direttore della Brondagerskolen for autism di Copenhagen, disse: « Per anni si è parlatto dell’importanza del canale visivo per le persone con autismo. Dopo l’intervento di Hilde De Clercq, finalmente si capisce un po’ meglio cosa vedono in realtà ».

    Da allora, Hilde ha tenuto numerose conferenze su questo tema. A volte i genitori e gli operatori non riconoscono immediamente il pensiero in dettagli, ma presto o tardi ci arrivano sempre: « Molte delle questioni che prima non ricuscivamo a mettere a fuoco hanno a che fare con il pensiero in dettagli ».

    Non sempre si riesce a trovare ciò che si cerca. Un problema deve prima avere un nome. In questo libro, ai problemi viene dato un nome e in questo modo diventano riconoscibili.

    Nel workshop sulla collaborazione tra operatori e genitori, Hilde ripeté più volte: « Fate attenzione a cosa i genitori dicono alla babysitter riguardo al loro figlio: in genere vi si trovano esempi di pensiero in dettagli ».

    Anche Gunilla Gerland, autrice di Una Persona vera ed ella stessa autistica, incoraggiò Hilde a proseguire la sua ricerca e a scrivere un libro. Gunilla apprezza soprattutto il rispetto di Hilde verso le modalità di pensiero di suo figlio Thomas. Troppo spesso ci capita di vedere che gli insegnanti cercano di « eliminarlo » o omologarlo al nostro modo di pensare. È spesso il prezzo da pagare per l’integrazione.

    Dopo avere letto questo libro, un’altra donna con autismo scrisse: « A volte un dettaglio apparentemente insignificante mi porta a inquadrare ed esaminare cose ed eventi. Questo mi permette di capire, in qualche misura, e di avere un concetto che a sua volta mi conduce al significato reale. Il dettaglio è il mio primo aggancio, un punto di riferimento per il mio modo di pensare, analizzare e decidere. Se il dettaglio è importante o meno è qualcosa che posso scoprire solo quando ho raggiunto la comprensione, non prima. Capisco quello che Hilde De Clercq scrive Thomas. Anche a me è successo così. Io penso in dettagli e ancora oggi, in ogni situazione in cui mi si presentano dati nuovi, seguo lo stesso percorso mentale di sempre, partendo ogni volta dall’inizio ».

    « Il mio rapporto con Thomas » raconta Hilde « ha realmente e profondamente plasmato e dato forma alla mia vita e alla mia consapevolezza. Mi ha posto di fronte a un enigma e abbiamo cercato di risolverlo insieme. La mia esperienza di vita con lui è la chiave di questo libro. In effetti questo dovrebbe intitolarsi Libro di Thomas, perché non è mio: è suo. È un omaggio a lui ».

    Se dieci persone si comprono gli occhi, toccano un elefante per dieci secondi e poi raccontano la loro esperienza, probabilmente ognuna di esse descriverà una diversa parte del corpo. Ma la persona che ne descrive l’enorme torace o le zanne d’avorio renderà più facile riconoscere l’animale che non la persona che ne descriverà il piede sinistro. Anche l’autismo può essere conosciuto in modi diversi. La persona che cerca di conoscerlo attraverso il pensiero in dettagli avrà una base solida per comprendere la sindrome e anche per relazionarsi con le persone con autismo. È per questo che tutti coloro che a vario titolo hanno a che fare con l’autismo dovrebbero leggero questo libro. Non esagero. Leggetelo.